Ci sono parole che ti scavano dentro. E ci sono storie che, per quanto tu provi a tenerle in un angolo, tornano a bussare.
Selam è una di queste. Non è solo un romanzo. È una confessione. Un sussurro che diventa voce. Una storia che, in qualche modo, mi racconta.
Ho scritto per ritrovarmi. Perché a un certo punto della mia vita mi ero persa. E nel momento in cui tutto sembrava crollare – una relazione finita che pensavo fosse per sempre, un senso di smarrimento profondo, la paura di non riconoscere più la donna che ero diventata – ho capito che l’unico modo per andare avanti era cominciare a raccontare.
Raccontare del dolore. Dei dubbi. Della sensazione di sentirsi fuori posto anche dentro casa propria. Ma anche della forza che arriva quando meno te l’aspetti. Di quella scintilla che nasce da un incontro, da uno sguardo, da un viaggio iniziato quasi per caso. Di ciò che ci salva, anche se non sappiamo bene da cosa.
Mettere tutto questo su carta è stato faticoso. A tratti lacerante. Ma necessario.
Perché se anche solo una persona, leggendo questa storia, si ferma e pensa: “non sono sola, non sono sbagliata, anche a me succede così”, allora io ho raggiunto il mio scopo.
Non so se questo libro cambierà qualcosa. Ma so che, nel momento in cui ho smesso di avere paura del giudizio e ho cominciato a raccontare con sincerità, qualcosa dentro di me è cambiato.
Ho iniziato a camminare. E ora, anche se ogni tanto inciampo, non mi fermo più.
Questa è Selam.
Una storia come tante, ma anche una storia come nessun’altra. Una storia che forse, un pezzetto, è anche tua.
— Meklit